FAKE FOLLOWERS – New York VS Venditori di profili fake

Quante volte ci è successo di imbatterci in richieste di amicizia strane su Facebook? Di trovarsi seguiti improvvisamente su Twitter da persone di cui non avevamo mai sentito parlare e dal profilo alquanto sospetto? Dopo l’iniziale speranza che si tratti della ballerina conosciuta quest’estate a Barcellona o del bagnino di Formentera, ci si rende conto di aver a che fare con un profilo fake (nel caso di Facebook) oppure di uno dei tanti Fake Followers che abitano Twitter ed Instagram.

Per molti di noi si tratta solo di un fastidio, che solitamente facciamo risalire a pessimi passatempi da parte di hackers o chissà quali tentativi di rubarci il codice iban o i soldi della carta di credito. Ma ciò che sta avvenendo a New York in questi ultimi giorni, illuminerà molti su ciò che sovente si nasconde dietro tutto questo, che getta una luce molto sinistra e inquietante su quanto il web sia sovente abitato da trappole e truffe ingegnose e da non sottovalutare.

E’ di pochi giorni fa infatti la notizia che lo Stato di New York avrebbe intentato causa nientemeno che a Devumi, uno dei più grandi venditori di Fake Followers. Avete capito bene, un venditore di Followers. Tale pratica infatti è utilizzata da diverso tempo per far sembrare più grande la base di seguaci per soggetti particolari, come cantanti, star del cinema o della televisione, influencers, politici, sportivi o giornalisti. Devumi secondo alcune stime era arrivato ad incamerare 3 milioni e mezzo di finti profili da poter affittare o vendere ai propri clienti. Basta guardare il seguente grafico per rendersi conto di quanto questa pratica dei Fake Followers sia ormai diventata una vera e propria industria, capace di generare profitto non solo per l’azienda, ma anche per i clienti che a lei si rivolgono e per i quali la fama e la visibilità (sopratutto se sbandierate) sono sovente fondamentali.

Ma il vero problema che ha convinto la Procura di Stato a muoversi è il fatto che, come facilmente intuibile, i vari Fake Followers per essere anche solo minimamente credibili, necessitano di alcuni elementi base, se non altro di un’immagine del profilo che sia riconoscibile e credibile. Ebbene stando alle indagini, Devumi per creare questi profili non avrebbe generato al computer i volti da utilizzare, ma si sarebbe appropriata delle immagini dei profili di persone vere, di altri utenti senza chiederne l’autorizzazione. Immaginatevi la sorpresa di aprire Twitter o Instagram e scoprire che esistete anche in un altro profilo, magari in un’altra parte del mondo con lo stesso viso oppure con gli stessi dati ma una facci diversa…e che siete stati utilizzati per far fare soldi ad una multinazionale del marketing web.

Diversi politici dello Stato di New York hanno deciso di prendere delle contromisure, di porre un freno a quello che era e rimane sostanzialmente un furto di identità a tutti gli effetti, facendo partire una vera e propria indagine. La Devumi dovrà rispondere ad un bel pò di domande, come per esempio da dove vengano i 200 milioni di followers che ha affittato ai suoi clienti, se tutti siano autentici o se piuttosto non erano frutto di scaltri furti di identità. La cosa più grave, almeno da quello che è emerso dall’indagine svolta dal New York Times, è che sovente i profili selezionati da Devumi appartenevano a minori. E sappiamo tutti che negli Stati Uniti non si scherza su questo…

Il Procuratore Generale di New York Eric T. Schneiderman ha da subito voluto chiarire ciò che preme al suo Ufficio: Il furto di identità e l’impersonificazione di altre persone è un reato nello Stato di New York. Faremo ciò che è necessario per capire come la Devumi ha agito”.

Per colmo dell’ironia ha anche postato la cosa su Twitter. Si tratta in realtà solo dell’ennesima battaglia del Procuratore contro questo tipo di attività illegali del web, dal momento che già nel 2010 il suo Ufficio si era mosso per capire chi si nascondesse dietro i milioni di commenti e sopratutto telefonate che avevano travolto la Commissione per il Controllo delle Comunicazioni quando cercava di dare una stretta alla regolamentazione su internet, rivelatesi poi false ed organizzate dalle compagnie simili alla Devumi.

Questa notizia è solo l’ultima di una lunga serie di battaglie da parte delle forze di polizia in tutti paesi contro il fenomeno dei ghosts profiles o dei Fake Accounts che sono utilizzati non solo per frodi fiscali ma anche per influenzare il voto, seminare fake news e attrarre clienti in modo ingannevole.

La speranza è quella di vedere un giorno i social abitati solo da profili autentici, e non più sottoposta al controllo di queste aziende per le quali i diritti delle altre persone valgono meno del click del mouse usato per derubarle delle immagini.

Intanto la Devumi, fondata da German Calas, dopo aver inizialmente negato ogni cosa, si è chiusa a riccio e non ha più risposto al New York Times su nessuna delle spinose questioni rivoltegli. Ma di certo qualcosa da dire al Procuratore di New York la dovrà trovare…

 

 

 

 

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